Il lavoro con le donne al Centro d’ascolto

 Il  lavoro di  sostegno psicoterapico svolto al Centro avviene  in situazioni di grave disagio, spesso di emergenza acuta e di pericolo reale di vita.

Pericolo, non soltanto per le donne che chiedono aiuto, ma in certi casi, anche per il personale del Centro.  In un contesto di questo tipo le vittime hanno assorbito gli attacchi come ” spugne” ed è essenziale che vengano credute e aiutate anche concretamente (la rete è fondamentale) ad uscire il prima possibile dalla situazione. Cercare i motivi per cui la donna si è messa “in quella situazione” deve avvenire successivamente nel percorso psicoterapeutico.

L’ascolto è il punto cardinale dell’accoglienza: obiettivo dell’accoglienza è aprire uno spazio di relazione in cui sia possibile per la donna esprimere i propri vissuti dolorosi, raccontare e leggere dal suo punto di vista l’esperienza di violenza subita, ricostruire stima e fiducia in se stessa e tracciare, insieme all’operatrice, una strategia efficace di uscita dalla violenza. 

Aiutare una “sopravissuta” significa condividere con lei un percorso “riabilitativo”: l’emergere delle emozioni legate alla violenza, la verbalizzazione dell’angoscia, una diversa percezione del proprio corpo, della propria dignità e della propria sessualità. Si tratta di un percorso individuale e talvolta di gruppo, dove è possibile riprendere un processo di crescita personale, che la violenza tende ad annullare.

Quando iniziamo una psicoterapia in un contesto di molestia:  “In nessun caso la terapia deve rinforzare il senso di colpa della vittima, rendendola responsabile della sua posizione” (Hirigoyen, 2000, p.203).

Spiegel  riassume così il cambiamento da apportare alle psicoterapie tradizionali adattandole alle vittime: ”Nella psicoterapia tradizionale si spinge il paziente ad assumere una responsabilità maggiore per i problemi della vita, mentre si deve aiutare la vittima ad assumere una responsabilità minore per il traumatismo”. (Spiegel in Hirigoyen 2000, p.203).

Nella mia esperienza con le donne ho trovato anche,  quanto fosse importante ampliare la prospettiva della loro vita, volgendo lo sguardo al futuro e alle possibilità che la vita riserba, lavorando sui sogni, intendendoli come anticipazioni di futuri sviluppi,  come Anne Alvarez intendeva quando parlava di “ identificazioni anticipatorie”.

Ma l’aspetto che ho trovato essenziale nel lavoro con loro è stato quello di creare una sorta di “casa relazionale” (vedi Stolorow, 2013) al femminile.

“Ricevere la soggettività dell’altro” (E. Levinas, 2012 ), è da sempre competenza femminile. Nelle relazioni d’aiuto il nodo centrale è quello della misura. Ed è proprio questa misura che segna  il valore della buona relazione , il senso del limite, insieme alla capacità di provare tenerezza.

 Un accompagnamento consapevole che ”l’altro è l’altro”, è fondamentale in ogni relazione: sempre e non solo in una relazione d’aiuto. Occorre anche essere consapevoli che il rischio, tipicamente femminile,  è spesso uno sbilanciamento nei confronti del partner . Come donne è importante essere consapevoli della tentazione di provvedere sempre agli altri e come  questo possa prendere il sopravvento su di noi e bloccarci , così, in una funzione esclusivamente materna. 

Quante donne maltrattate, viste al Centro,  ho sentito consumate e svuotate da questa dedizione assoluta, da questo asservimento continuo verso un partner sentito come assolutamente bisognoso e perciò richiedente e risucchiante. Quante  donne hanno sentito che dovevano farsi carico, come se fossero solo contenitori, delle sensazioni indesiderate di paure, frustrazioni e impotenze dei loro compagni. Donne che si sentono appiattite, relegate nello sfondo, senza stima di sé. Donne che faticano a riconoscere le loro capacità reali. E quanto è grande il loro bisogno di condivisione e di sentirsi viste come persone che hanno valore e non come “oggetti parziali”.

Ogni discriminazione crea rabbia e risentimento e non è facile cambiare. Attraverso il lavoro di accompagnamento psicoterapeutico, cominciavano a emergere sempre più loro stesse e a mostrare le loro qualità e risorse.

C’è empatia quando si sente il confine, il limite, quando si rinuncia all’onnipotenza. Le prevaricazioni non vanno mai a buon fine, non ci si impossessa mai dell’alterità dell’altro.

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